mercoledì 29 gennaio 2014

Il Veganismo aumenta la speranza di vita 
agendo a livello genetico (i Telomeri)
 
 

Fonte originaria inglese (PCRM - Physicians Committee for Responsible Medicine - Comitato di Medici per una Medicina Responsabile) e fonti italiane: (clicca qui )

Autori
Ornish D, Lin J, Chan JM, et al.

Effetto dei cambiamenti completi dello stile di vita sulle attività della telomerasi e la lunghezza dei telomeri negli uomini con biopsia cancro alla prostata a basso rischio: 5 anni di follow-up, di uno studio pilota descrittivo.

Pubblicato da Lancet Oncol.
17 September 2013. DOI: 10.1016/S1470-2045(13)70366-8.

E’ dimostrato per la prima volta il potere di un regime alimentare corretto addirittura sul Dna umano. Lo studio (su pazienti con cancro alla prostata), condotto dalla Preventive Medicine Research Institute e la University of California (San Francisco) sotto la guida del famoso nutrizionista americano Dean Ornish ha scoperto che una dieta vegetariana (vegan) non solo può aiutare a curare alcune malattie ma blocca gli effetti dell'invecchiamento cellulare, agendo nell'organismo a livello genetico, avviando un processo di ringiovanimento delle cellule e allungando la speranza di vita.

continua la lettura...

I soggetti che hanno partecipato allo studio hanno adottato il seguente stile di vita:
– Hanno seguito una dieta a base di vegetali, frutta, verdura e cereali integrali.
– Hanno svolto un moderato esercizio aerobico per 30 minuti al giorno, sei giorni alla settimana.
– Hanno preso parte ad attività di gestione dello stress come lo stretching e la meditazione yoga.
– Hanno frequentato sessioni settimanali di sostegno sociale in gruppo.

Dopo cinque anni di questa terapia è stato misurato un incremento della lunghezza dei telomeri (*) pari a ben il dieci per cento, mentre in coloro che non avevano adottato cambiamenti al proprio stile di vita i telomeri si erano accorciati del tre per cento. Altro fatto straordinario è che non è mai troppo tardi per effettuare un cambiamento. L’inversione di tendenza è possibile ad ogni età con effetti soddisfacenti.

(*)I telomeri sono un marker di salute e longevità. Sono la parte finale dei filamenti cromosomici e la loro lunghezza è stata appunto legata alla longevità: hanno lo scopo di proteggere le parti terminali dei cromosomi strettamente connessi ai processi di invecchiamento. A telomeri più corti sono associate le cardiopatie, il cancro del colon, ictus, demenza e morte prematura.

“Sappiamo da studi precedenti che seguendo una dieta inadeguata, fumando sigarette, essendo sotto stress emotivo cronico o affetti da solitudine o depressione, si verifica sicuramente un accorciamento dei telomeri. Ma questo studio è il primo che ha dimostrato che i telomeri possono essere anche allungati adottando uno stile di vita sano”: questo quanto dichiarato dal ricercatore Dr. Ornish, autore della ricerca e fondatore e presidente dell’Istituto di ricerca medica preventiva, professore di medicina presso l’Università di California, San Francisco, e redattore medico presso HuffPost.

"E' il primo studio ad evidenziare che un intervento sullo stile di vita può bloccare l'invecchiamento cellulare - ha detto Ornish - e sono convinto che questi risultati non siano confinati a pazienti con il cancro della prostata". E questa era la notizia relativa allo studio.

Che i telomeri abbiano un legame con l'invecchiamento delle cellule e dell'organismo intero è effettivamente noto da tempo. Possiamo aggiungere quanto riportato il 17-05-2011 dalla rivista www.zeusnews.com

Una azienda britannica (Life Length) ha messo in vendita un test che mira a quantificare, basandosi sulla lunghezza dei telomeri, le parti terminali dei cromosomi, l'età "biologica" di una persona, che poi si può confrontare con quella "cronologica".

Il test è stato sviluppato da Maria Blasco, del Centro Nazionale di Ricerche sul Cancro di Madrid (non si tratta quindi di un prodotto per televendite), e consiste in un'analisi del sangue che prende in considerazione la lunghezza dei telomeri. «Sappiamo che le persone nate con telomeri più corti del normale hanno una durata della vita più breve» spiega Maria Blasco.

Il test, che costerà €. 500, potrà predire con una certa approssimazione la "velocità di invecchiamento" di chi vi si sottopone, non certo indicare una data di morte precisa.

Si può immaginare, per esempio, una compagnia di assicurazioni che si rifiuti di concedere una polizza sulla vita a chi non voglia sottoporsi al test!!!

domenica 12 maggio 2013

Gravidanza veg: si può!



Un’alimentazione vegetariana o vegana ben pianificata può essere seguita facilmente durante la gravidanza, senza alcun pericolo per la salute propria e del nascituro. L’American Dietetic Association afferma che una dieta vegetariana è adeguata dal punto di vista nutrizionale e favorisce gravidanze ad esito positivo. Il fabbisogno di energia e nutrienti per gestanti vegetariane sono le medesime delle gestanti onnivore.

Fabbisogno energetico: l’aumento delle richieste caloriche varia a seconda del peso corporeo pre-gravidico e dell’incremento ponderale auspicabile. Essere in gravidanza non significa dover “mangiare per due”: il surplus energetico è pari, per donne normopeso (BMI pre-gravidico compreso tra 18,5-24,9 kg/m2), a 300 kcal, che si soddisfa facilmente con l’assunzione di cibi nutrienti come quelli vegetali integrali e rispettando la giornata alimentare suddivisa in 3 pasti principali e 3 spuntini. È importante tenere monitorato il peso durante la gestazione per poter modificare la dieta a seconda dell’incremento eventualmente maggiore o minore di quello desiderato. Infatti, un incremento ponderale entro i limiti raccomandati è associato ad un esito migliore della gestazione.

Fabbisogno proteico: durante la gravidanza è necessario un supplemento proteico pari a 6 g/die perché si assiste all’espansione del volume plasmatico e all’accrescimento dei tessuti materni e fetali. Per soddisfare questo fabbisogno è sufficiente seguire una dieta varia, comprendente cioè tutti i gruppi vegetali (cereali, legumi, frutta fresca, frutta secca, verdura).

Fabbisogno di ferro: durante la gravidanza l’anemia può essere un problema, indipendentemente dalla dieta seguita, e questo è dovuto al fatto che il ferro continua ad essere trasferito al feto, anche se l’apporto materno risulta inadeguato, causando un esaurimento delle riserve materne. Per tutte le gestanti (onnivore, vegetariane, vegane) raggiungere i 30 mg al giorno di ferro raccomandati può essere difficile. Nonostante i cibi vegetali siano ricchi di ferro, il cui assorbimento aumenta se associati ad alimenti ricchi in vitamina C, può essere necessaria l’assunzione di un integratore. Lo IOM (Institute of Medicine) raccomanda una supplementazione giornaliera di tale minerale per tutte le donne in gravidanza.

Fabbisogno di calcio: tale minerale è fondamentale per la calcificazione del tessuto osseo fetale e per arrivare ad assumere i 1200 mg/die raccomandati, vanno privilegiate le principali fonti di calcio (vedere articolo sul calcio) e i cibi fortificati (sono consigliate 3-4 porzioni al giorno). É altrettanto importante l’esposizione regolare alla luce solare per permettere la sintesi di vitamina D da parte della pelle.

Fabbisogno di folati: l’acido folico è importantissimo per prevenire alcune malformazioni fetali come la spina bifida e il fabbisogno raddoppia in gravidanza (400 mcg al dì). Le diete a base di vegetali sono ricche di folati: l’assunzione regolare di cereali integrali, verdure a foglia verde e legumi previene una carenza di tale vitamina.

In gravidanza è, inoltre, importante garantire le richieste di nutrienti critici per l’alimentazione vegana:
Vitamina B12: le richieste di tale vitamina sono leggermente aumentate (2,2 mcg/die) e sono soddisfatte assumendo alimenti addizionati o attraverso un integratore.

Zinco: il fabbisogno è soddisfatto attraverso il consumo di cereali integrali, frutta secca e legumi.

Acidi grassi omega-3: l’assunzione non aumenta e si soddisfa attraverso il consumo di olio di lino, noci e alghe (in piccole quantità), le quali forniscono DHA, ma anche  iodio e taurina.

Infine si ricorda che: in assenza di controindicazioni mediche, una moderata e regolare attività fisica contribuisce al benessere sia materno che fetale. L’esercizio fisico ha numerosi benefici: riduce la deposizione di grasso sottocutaneo e l’accumulo di fluidi, sembra prevenire gli aborti e riduce il rischio di rottura pretermine delle membrane, aiuta il controllo del peso e riduce il rischio di diabete gestazionale.

Fonti:
Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets (2009)
Vegan Nutrition in Pregnancy and Childhood. Reed Mangels, Ph.D., R.D. Katie Kavanagh-Prochaska, Dietetic Intern
The Vegan Diet During Pregnancy and Lactation. Reed Mangels, Ph.D., R.D.
Gravidanza Vegana. L. Baroni
Nutrizione, Individuo, Popolazione. P. Binetti, M. Marcelli, R. Baisi

sabato 27 aprile 2013

Celiachia: e se fosse colpa degli Ogm?


Da qualche tempo, però, si fa strada un'ipotesi che, se confermata, avrebbe conseguenze molto importanti. E cioé che la celiachia possa essere dovuta al frumento modificato geneticamente

Fonte: http://scienza.panorama.it/salute/alimentazione/Celiachia-e-se-fosse-colpa-degli-Ogm

Leggi anche: La mia vita senza glutine
http://scienza.panorama.it/salute/alimentazione/Celiachia-la-mia-vita-senza-glutine

di Eleonora Lorusso

Aumentano in modo esponenziale le diagnosi di celiachia tra gli italiani, ma se si chiede quale sia la causa dell'intolleranza al glutine, i medici non sanno fornire risposte esatte. Solo pochi anni fa, nel foglio di dismissione dall'ospedale San Gerardo di Monza, i dermatologi che hanno in cura le forme di celiachia che riguardano la pelle rispondevano che è una malattia genetica, si può ereditare dai genitori, e se non ci sono parenti celiaci...c'è sempre un primo caso in famiglia! Da qualche tempo, però, si fa strada un'ipotesi che, se confermata, avrebbe conseguenze molto importanti. E cioé che la celiachia possa essere dovuta al frumento modificato geneticamente.

Tutto è nato dall'intuizione di Luciano Pecchiai, storico fondatore dell'Eubiotica in Italia e primario ematologo emerito all'ospedale Buzzi di Milano, che ha ipotizzato un nesso causa-effetto preciso tra modificazioni genetiche del frumento e celiachia. Proprio il frumento, infatti, con gli anni è "cambiato": da pianta ad alto fusto, è ora diventato "nano". Il processo di miniaturizzazione è stato reso possibile con una modificazione genetica, per evitare che la pianta si allettasse, cioé si piegasse verso terra col vento. 

Proprio partendo da questo dato di fatto Pecchiai ipotizza che la modificazione del frumento sia stata resa possibile attraverso l'alterazione di una sua proteina, la gliadina, alla base del malassorbimento del glutine nei celiaci. In gergo scientifico si dice che dalla gliadina si ottiene, per digestione peptica-triptica, una sostanza chiamata frazione III di Frazer, a cui è' dovuta l'infiammazione tipica dell'intestino di coloro che soffrono per intolleranza al glutine.

"È evidente"  sostiene Pecchiai "la necessità di dimostrare scientificamente una differenza della composizione aminoacida della gliadina del frumento nanizzato, geneticamente modificato, rispetto al frumento originario. Quando questo fosse dimostrato, sarebbe ovvio eliminare la produzione di questo frumento prima che tutte le future generazioni diventino intolleranti al glutine".

Un allarme importante, quello lanciato dal professor Pecchiai, che però evidentemente si scontra con interessi economici forti. Riconvertire la produzione di frumento, una volta avviata con successo, sarebbe impresa ardua. Ma restano i numeri altrettanto importanti dei celiaci in Italia: l'Associazione Italiana Celiachia stima che oggi gli intolleranti al glutine siano 400 mila, ma solo a 55 mila è stata diagnosticata la malattia rara. 

Malattia che però, stando ai ritmi di crescita, potrebbe presto perdere anche l'etichetta di "rara". Secondo il presidente dellAIC, Adriano Pucci, infatti, mentre fino a pochi anni fa l'incidenza della malattia era di un caso ogni 1.000/2.000 persone, oggi si viaggia a ritmi di 1 ogni 100/150 persone. Il problema è serio, anche per le complicazioni che la celiachia, se non curata, può dare agli intolleranti al glutine. 

Per i celiaci ad oggi l'unico trattamento possibile è una dieta che escluda il glutine. In questo ci sono stati notevoli miglioramenti nel corso degli anni, con la produzione di un maggior numero di alimenti privi di glutine, anche se molto costosi. Basti pensare che mezzo chilo di pasta costa mediamente più di 2 euro. Alcuni medici, poi, consigliano di evitare sostanze iodate e seguire una dieta priva di glutine. Ma se già è difficile evitare il glutine, aggiungere alla lista anche le sostanze iodate rende tutto più complicato. Non solo. Ora, con l'ipotesi che alla base della cliachia possa esserci una varietà di frumento geneticamente modificato, apre un nuovo scenario nel mondo dell'alimentazione. 

Da un lato l'Unione Europea va nella direzione di liberalizzare gli Ogm (il mais, tra gli alimenti che già sono stati trattati geneticamente, è alla base di moltissimi prodotti per celiaci). Dall'altro esistono già in circolazione altre varietà modificate di frumento, come il cosiddetto grano Creso, iscritto nel Registro Varietale nel 1974, in gran silenzio. Nel 1983 in Italia il 20% del grano era ormai coltivato col Creso e solo un anno dopo si seppe che quella varietà era stata ottenuta con una modificazione, sviluppata presso il centro di studi nucleari della Casaccia. Come si seppe altri 6 anni dopo, quel grano era il risultato di un incrocio di laboratorio tra il messicano Cymmit e una linea mutante ottenuta trattando varietà con raggi X. Per altre varietà ancora sembra che fosse stato utilizzato un trattamento termico. Insomma, genetica allo stato puro applicata ai cibi. Sugli effetti di queste modificazioni, però, nessuno ha prodotto studi, anche perché le ricerche vanno sostenute economicamente e naturalmente l'interesse ad approfondire manca.

Che le intolleranze ne possano essere un effetto?

lunedì 8 aprile 2013

Salute: la carne rossa fa male al cuore per colpa della “carnitina”, molto usata nel mondo dello sport


Domenica 7 aprile 2013, 20:08 di Peppe Caridi
Fonte: http://snipurl.com/26sgyy2

Ecco forse il vero colpevole degli effetti deleteri della carne rossa: la ‘L-carnitina’, amminoacido presente in questa tipologia di carne, reso famoso dai mondiali dell’82 quando si disse che era stato il segreto della vittoria azzurra. In una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Medicine la L-carnitina, oggi molto utilizzata dagli sportivi – forse incautamente alla luce di questo studio – e’ risultata legata a rischio cardiovascolare. Lo studio e’ stato condotto su un campione di individui e su topolini da Stanley Hazen della Cleveland Clinic Foundation. Il consumo di carne rossa e’ associato ad aumento della mortalita’ per molte cause tra cui cancro e malattie cardiovascolari. Gli ”ingredienti” della carne rossa finora additati come responsabili degli effetti deleteri di questo cibo sono grassi saturi e colesterolo; ma forse bisogna guardare altrove per rintracciare i veri ”veleni” della carne rossa. Infatti gli esperti hanno visto che la L-carnitina viene trasformata in una molecola tossica, l”ossido di trimetilammina (TMAO), da alcuni batteri presenti nella flora intestinale delle persone che consumano carne (ma non in quella di vegetariani e vegani). Ed hanno visto che le persone che hanno nel sangue alti livelli sia di carnitina sia di TMAO hanno un rischio cardiovascolare piu’ elevato. La carnitina farebbe male proprio perche’ trasformata in TMAO. Gli scienziati hanno eseguito degli esperimenti sui topolini e visto che anche negli animali la carnitina viene metabolizzata da alcuni batteri intestinali e trasformata in TMAO; inoltre che e’ associata a malattia cardiovascolare. Secondo gli esperti alla luce di questo studio e’ quanto meno da ripensare il legame tra consumo di carne rossa e malattie cardiovascolari: potrebbe essere la carnitina a spiegarlo, piuttosto che colesterolo e grassi saturi.

USA, addio alla carne: i vegani raddoppiati negli ultimi tre anni


Giovedì, 04 Aprile 2013

Google Trends: crescita notevole dell'interesse

Fonte: http://www.nelcuore.org/blog-associazioni/item/usa-4.html

Con personaggi influenti come l'ex presidente Usa Bill Clinton che ha annunciato il proprio entusiasmo per una dieta vegana e celebrità come Justin Timberlake che canta "Bring it on down per Veganville", sembrerebbe che il veganismo stia diventando sempre più diffuso. Secondo Google Trends, l'interesse del pubblico per la dieta vegana è più alto che mai. E' in aumento il numero di persone alla ricerca del termine "vegano" sul motore di ricerca più importante del mondo. Il picco, quota 100, indica l'interesse più alto mai raggiunto, che per questo termine è stato toccato lo scorso marzo. E non solo: uno studio, commissionato nel 2012 dal Vegetarian Resource Group e realizzato da Harris Interactive, ha rilevato che il 2,5 percento degli americani si è definito "vegan", rispetto all'1 percento nel 2009. Guardando questi ultimi numeri, sembra di non essere di fronte ad una crescita accentuata, ma per comprendere il fenomeno basta considerare il fatto che il numero dei vegani è più che raddoppiato in soli tre anni.

L'anno scorso, Mark Bittman ha scritto su The New York Times che la domanda americana di carne è stata in costante diminuzione, con le proiezioni del Dipartimento dell'Agricoltura che mostrano un ulteriore calo. Più di recente, dopo che lo scandalo della carne di cavallo, soprattutto in Europa, ha suscitato indignazione pubblica, le vendite di prodotti senza carne sono salite.

Il crescente interesse potrebbe dipendere dall'esplosione delle celebrità vegan negli ultimi anni. Tuttavia, siamo davanti ad una tendenza più significativo. Alcuni studi hanno recentemente collegato il veganismo ad una varietà di effetti benefici sulla salute a tutto tondo: da una migliore salute del cuore ad un controllo più efficace degli zuccherri, fino all'abbassamento dei tassi di obesità. Ridurre il consumo di carne, tra l'altro, è anche vantaggioso per l'ambiente.

giovedì 28 marzo 2013

Italia vegetariana: siamo il secondo Paese dopo l’India


Veronica Ulivieri

Fonte: La Stampa

Il paese della bistecca e della mortadella, di capitoni in umido e bollito, tortellini e pasta con le sarde, sta cambiando la propria alimentazione. Da nicchia, i vegetariani stanno man mano diventando una fetta importante della popolazione italiana: secondo l’AVI (Associazione Vegetariana Italiana), coloro che hanno escluso carne e pesce dalla dieta sono circa il 10% dei cittadini, e l’Italia è “il secondo stato vegetariano dopo l’India”. Ma anche stando alle cifre molto meno ottimistiche dell’Eurispes (Rapporto Italia 2012), sono comunque più del 3%, pari ai cittadini di Milano e Firenze messi insieme. A questo nuovo tipo di alimentazione è dedicato, da alcuni anni, l’intero mese di ottobre: 31 giorni di incontri e iniziative in tutto il mondo, Italia compresa, per incoraggiare un’alimentazione all’insegna di cereali, verdura e legumi.  

Ma torniamo alle percentuali. A cosa si deve tanto successo? “E’ tutta colpa nostra!”, risponde ridendo Carmen Nicchi Somaschi, presidente dell’AVI, che quest’anno ha compiuto sessant’anni. “Abbiamo lavorato molto per informare le persone sulla scelta vegetariana, e grazie a Internet, negli ultimi anni siamo riusciti a far arrivare le informazioni a un gran numero di persone”. Negli ultimi decenni, però, è tutto il Paese che si è trasformato: sono aumentate le associazioni animaliste, e l’universo dell’ecologismo e del pacifismo si è orientato verso l’alimentazione vegetariana e, in certi casi, vegana (quella cioè che esclude ogni cibo di origine animale). “Da parte degli italiani c’è stata una forte presa di coscienza”, su cui, ultimamente, ha pesato anche la crisi: “Quando le cose non vanno bene si inizia a farsi delle domande, le difficoltà, anche economiche, sono un momento di crescita”. Secondo l’Eurispes, le motivazioni della scelta vegetariana o vegana riguardano l’attenzione per la salute (43,2% dei casi), il rispetto per gli animali, contro il loro sfruttamento da parte dell’uomo (29,5%), e la tutela dell’ambiente (4,5%).  

I servizi per chi ha escluso carne e pesce dalla dieta negli anni sono aumentati, anche se molto c’è ancora da fare. “Trent’anni fa era difficile andare controcorrente. Si faticava a trovare prodotti ad hoc, come il formaggio con caglio vegetale, o mense e ristoranti con piatti vegetariani”. Le cose sono poi andate migliorando, soprattutto per quanto riguarda aziende e ristoranti: “Il settore privato si sta evolvendo molto. Lavoro con molte aziende di ristorazione, cercando di trovare soluzioni perché il loro menù accontenti vegetariani e non”. E i primi risultati si vedono: “All’hotel Hilton di Milano sono stati organizzati corsi di alimentazione vegetariana per chef e personale, in modo che un cliente vegetariano possa avere a disposizione dei piatti diversi, e non sempre pasta o formaggio”. Inoltre, il lavoro dell’AVI è spesso quello del dialogo con le aziende: “Cerchiamo di studiare con loro prodotti adatti anche a chi non mangia carne e pesce. Con Autogrill, per esempio, abbiamo studiato un panino per vegetariani e vegani, con Ikea un intero menù. Mentre confrontandoci con Barilla, abbiamo ottenuto che lo strutto fosse eliminato dai loro tipi di pane”.  

Le cose sono più complicate nella ristorazione pubblica: “Le mense di scuole, ospedali, uffici e imprese raramente sono disponibili a offrire pasti per i vegetariani, anche se nella nostra tradizione mediterranea ci sarebbero molte pietanze adatte ai vegetariani. All’estero, al contrario, dove c’è una tradizione culinaria diversa, si sono messi a punto dei menù ad hoc”. In molti casi, basterebbero pochi semplici accorgimenti: “Pensiamo al risotto, per esempio: se si prepara con il brodo vegetale piuttosto che con quello di carne, diventa un piatto per tutti”. E aiuterebbe anche inserire l’obbligo di pasti vegetariani nei capitolati, “così come accade per i piatti senza carne di maiale preparati per i cittadini musulmani. Perché, se garantiamo pasti diversi per motivi religiosi, non lo facciamo per motivi etici?”.  

L’AVI aveva anche in cantiere una petizione per sancire, tramite una legge dello Stato, il diritto ai pasti vegetariani: “Ma dopo la raccolta firme, la cosa si è arenata tantissime volte. L’ultima, definitiva, nel 2007-8. Forse l’argomento tocca grandi interessi, che erano contrari a una norma simile”. 

Al di là della dieta, AVI sta anche lavorando per creare una mostra museo sul vegetarianesimo e salvaguardare le antiche varietà di piante e semi: “Stiamo mettendo a punto un progetto chiamato Veg Valley, che si propone di sostenere quelle piccole aziende agricole decise a riscoprire le sementi dimenticate”, coltivando la terra con metodo biodinamico e zero concimi animali. 

martedì 12 marzo 2013

Le proteine nella Dieta Vegana


di Reed Mangels, Ph.D., R.D.

Estratto da Simply Vegan: Quick Vegetarian Meals di Debra Wasserman. Nutrition section by Reed Mangels Ph.D., R.D. (ISBN 0-931411-20-3) pubblicato da: The Vegetarian Resource Group - P.O. Box 1463 - Baltimore, MD 21203 - (410) 366-VEGE. Per ulteriori informazioni si veda il testo originale.  

Fonte: http://www.scienzavegetariana.it/nutrizione/vrg/proteine.html

Sommario: se l'assunzione di calorie è adeguata, per una dieta vegana è facilissimo soddisfare il fabbisogno proteico. Non è necessario seguire un rigido piano di combinazione delle fonti proteiche, è più importante nutrirsi seguendo un'alimentazione variata durante la giornata.

Alcuni americani sono ossessionati dalle proteine ed i vegani sono bombardati da domande su come essi riescano a soddisfare il loro fabbisogno proteico. Era abitudine degli atleti mangiare grosse bistecche prima delle competizioni, perché pensavano che ciò avrebbe migliorato i loro risultati. I negozi di alimentazione biologica e salutare vendono integratori proteici. Una simile preoccupazione in merito alle proteine è immotivata: sebbene le proteine siano senza dubbio nutrienti essenziali che rivestono diversi ruoli fondamentali nel funzionamento del nostro organismo, non ne sono necessarie enormi quantità. In realtà abbiamo bisogno di una quantità limitata di proteine. Solo una caloria ogni dieci che assumiamo deve provenire dalle proteine. Le prestazioni atletiche vengono invece migliorate grazie ad una dieta ricca di carboidrati, non da un'alimentazione iperproteica. Gli integratori proteici sono costosi, superflui ed anche nocivi per alcune persone.

Di quante proteine abbiamo bisogno? La RDA consiglia di assumere 8/10 di grammo (0.8 grammi) di proteine per ogni chilogrammo di peso (o circa 0.36 grammi di proteine per libbra di peso [NdT: 1 libbra = 450g]). Questa raccomandazione ha un generoso margine di sicurezza per la maggioranza delle persone. Se apportiamo degli aggiustamenti che tengano conto del fatto che alcune proteine vegetali vengono digerite in modo differente dalle proteine animali e dell'insieme di aminoacidi presente in alcune proteine vegetali, raggiungiamo il livello di 1 grammo di proteine per chilogrammo di peso corporeo (0.45 grammi di proteine per libbra del vostro peso). Poiché i vegani consumano varie fonti di proteine vegetali, una quantità compresa tra 0.8 ed 1 grammo di proteine per chilogrammo risulta essere la dose di proteine consigliata per i vegani. Se effettuiamo alcuni calcoli, vediamo che la quantità di proteine raccomandata per i vegani incide per circa il 10% delle calorie totali della dieta (come esempio, consideriamo un maschio vegano di età compresa tra i 25 e i 50 anni, del peso di 79 kg: la sua RDA quotidiana di calorie è di 2900. Il suo fabbisogno proteico può raggiungere 79 kg x 1 grammo/kg di proteine = 79 grammi di proteine al dì. 79 grammi di proteine x 4 calorie/grammo di proteine = 316 calorie provenienti da proteine al dì. 316 calorie di origine proteica divise per 2900 calorie = 10.1% delle calorie totali fornite da proteine). Se osserviamo l'alimentazione vegana, riscontriamo che una quantità compresa tra il 10 ed il 12% delle calorie totali giornaliere proviene dalle proteine. Ciò contrasta con l'assunzione giornaliera di proteine dei non-vegetariani, che si avvicina al 15-17% delle calorie totali.

Così, negli USA è evidente come le diete vegane siano comunemente più povere di proteine rispetto alle diete standard americane. Ricordate comunque che, in termini di proteine, assumere una quantità maggiore (della RDA consigliata) non è necessariamente da preferire. Non sembrano esserci vantaggi per la salute nel consumare una dieta ad elevato contenuto proteico. Le diete ricche di proteine possono invece aumentare il rischio di osteoporosi e di patologie renali.

Continua >>>  http://www.scienzavegetariana.it/nutrizione/vrg/proteine.html